A volte, quando ti ritrovi bloccato nel traffico il tempo sembra fermarsi. Sei in strada, non puoi fare altro che continuare a stare lì, magari fermo, o procedendo a passo d’uomo; sono i momenti in cui vedi la tua vita scorrere, pensi al tempo che stai perdendo, alle cose che avresti dovuto fare. L’auto, l’autobus o qualsiasi altro mezzo che scorre lento continua a esistere ma tu non ci sei, non sei presente, vaghi nel limbo senza tempo dei pensieri.

Accade, in un frangete senza tempo, che due sconosciuti, in un autobus, comincino a raccontare la loro storia: sono in viaggio, in un paese straniero, verso una meta turistica e, si scopre, sono in realtà molto simili. Il primo racconta la sua vita reale, quello che sta accadendo intorno a lui, è localizzato nel tempo e nello spazio. Il secondo, invece, procede con una storia nella storia, drammatizzando la narrazione, non solo per la vicenda, a dir poco tragica, ma anche per la tecnica di scrittura, che è un continuo catapultarsi in baratri e oscurità. Il dialogo del film di Wim Wenders si trasforma in una canzone, che si ripete in loop nella notte, nella testa, non smette mai.

I knew these people, these two people. They were in love with each other…

Il viandante si scopre essere un aspirante poeta, colui che scrive e abita lontano da tutto, in fondo a sé stesso, esplorando il proprio corpo e quello delle donne, è quello che scrive nel cuore della notte. Nella notte, che è un luogo figurato, non un momento ma un posto in cui rifugiarsi:

“…Scrivere è sempre sedurre, adescare, portare a te. Anche quando si dice l’opposto. Io ci avevo creduto. Me l’ero bevuta, quella storia delle parole. Da subito, da ragazzo, avevo creduto nella poesia – alla poesia, come alle illusioni, agli sconosciuti con le caramelle – e quando, molto più avanti, la poesia avrebbe creduto in me, ecco che sarebbe stato solo per mandare tutto in rovina. Vorrei dirti che io ero nato con quella musica, che non avevo intelligenza, non avevo sensibilità, non avevo carisma, ma avevo quella musica. La musica delle parole. E nella poesia trovavo un riparo dalla tempesta, uno scudo vile.”

Quello che colpisce del romanzo non è tanto la vicenda in sé, quanto la narrazione di essa:esprime la più totale comprensione del valore del narrare, della necessità di raccontare agli altri, perché abbiamo tutti sete di storie e scrivere, anche per Rossari forse, è stato un esercizio personalissimo di dire la sua, in questo tempo quotidiano che difficilmente riusciamo a fermare.

Marco Rossari, scrittore e traduttore, è nato a Milano nel 1973. Tra i suoi libri: L’unico scrittore buono è quello morto (Edizioni e/o 2012), Piccolo dizionario delle malattie letterarie (Italo Svevo 2016), Le cento vite di Nemesio (Edizioni e/o 2016). Tra i tanti autori tradotti: Charles Dickens, Mark Twain, Percival Everett, Dave Eggers, Alan Bennett, Hunter S. Thompson, John Niven. Per Einaudi ha curato l’antologia Racconti da ridere (2018) e ha pubblicato Nel cuore della notte (2018). Tiene un laboratorio di scrittura umoristica presso la Scuola Belleville di Milano.

Fonte: Thrillernord