Page 2 of 2

Parlarne tra amici

Le dinamiche di coppia che compongono questa storia sono realisticamente complesse. Per la maggior parte del tempo i personaggi psicanalizzano i propri comportamenti e quelli dei rispettivi compagni e non; il confronto tra di loro si gioca tra le intermittenze delle chat e delle numerose e anacronistiche email piuttosto lunghe, mentre il contatto corporale si svolge spesso attraverso profondi silenzi e gesti incomprensibili. Il romanzo è un lungo racconto di incontri e scontri tra umani che a volte si sfiorano, a volte si odiano e a volte si amano.

Frances è la voce che si fa carico di molte responsabilità: quelle di una intera generazione di millennials costantemente in lotta con il sistema capitalistico, considerato come la malattia della società moderna; il carico pesante che ha sulle spalle è quello del femminismo, anche se questo potrebbe considerarsi un fraintendimento: la ragazza che sembra aver costruito intorno a sé un muro scopre la vulnerabilità che solo il contatto con l’amore può causare, svelando lati sconosciuti di sé stessa, debolezze e spesso anche nuovi bisogni. Frances forma la sua identità lottando contro gli stereotipi che vedono in una donna dal carattere imperscrutabile un sinonimo di emancipazione, forza e insensibilità verso l’altro.

L’ambiente della Dublino accademica del Trinity College e dei circoli letterari è molto intrigante: va dall’austero alla informalità dei reading serali delle poesie di Frances recitate dalla sua ex amante e attuale amica Bobbi; poi la location estiva in Francia diventa il luogo romantico per eccellenza, dove Frances scende le scale ogni notte per raggiungere la stanza di Nick, marito di Melissa, colei che ospita Bobbi e Frances durante l’estate. Inoltre, la scrittura è scorrevole in un modo freddo ma piacevolissimo; l’autrice non si perde mai in alcun tipo di elucubrazioni, integrando i pensieri di Frances e i dialoghi serrati, in un continuum semplice ma innovativo e chiaro.

La trama può apparire abbastanza banale, la sua stesura è veloce e la sua elaborazione tremendamente realistica: il risveglio sessuale di una ragazza molto acculturata, il suo inconscio bisogno di amore e attenzioni, l’incontro con un uomo più grande, bello e sposato, con cui instaura una relazione anche se consapevole che non avrà alcun lieto fine; il suo continuo confrontarsi emotivamente con l’amica-amante Bobbi, personaggio posto a fare da contrasto alla protagonista, dal carattere forte e deciso ma che comunque riesce a tenersi sullo sfondo, nella sua bellissima aura generata dalla spontaneità della sua personalità; Frances che scopre di avere l’endometriosi rappresenta l’unico colpo di scena o, si potrebbe dire, non una vera e propria svolta ma un’ulteriore implicazione che da fisica diviene emotiva, e si ripercuote sui rapporti affettivi tra i personaggi.

Attuale, nuovo e soprattutto vero, questa è la definizione che si potrebbe dare al romanzo della Rooney, che ricorda molto i libri di Joan Didion, una che non ha bisogno di essere la voce di qualcosa, è esattamente così come appare, non ha bisogno di essere categorizzata in stereotipi di alcun genere, è una esordiente, è contemporanea ed è senz’altro da leggere.

 

Sally Rooney


È nata a Dublino nel 1991 e si è laureata al Trinity College in Letteratura americana. I suoi racconti sono apparsi in alcune delle maggiori riviste letterarie tra cui «Granta», «The New York Review» e «The Stinging Fly». Parlarne tra amici è il suo romanzo di esordio: considerato un evento ancor prima di uscire per Faber&Faber, che se l’è aggiudicato dopo un’asta serratissima tra sette editori, è in corso di pubblicazione in venti paesi. In particolare: L’utilizzo della tecnologia moderna come sistema di comunicazione tra le persone è un tema presente ma fin troppo trattato, già visto, per questo motivo non mi piacerebbe sottolinearlo; nel testo è presente facebook, watsapp, twitter, mail e anche un sito di incontri, cose che ormai fanno parte della nostra quotidianità e naturalmente della nostra personalità e schemi di pensiero.

http://thrillernord.it/parlarne-tra-amici/

La tigre nel giardino

 

Il racconto è una sintesi vivente e una vita sintetizzata, qualcosa come un incresparsi d’acqua dentro un bicchiere, una fugacità in una permanenza.

Così nella appendice del Bestiario, Alcuni aspetti del racconto, Julio Cortàzar definisce il binomio vita-racconto, il paradosso di ritagliare un frammento di realtà fissandole determinati limiti ma in modo tale che quel ritaglio produca una esplosione di realtà molto più ampia, una apertura esplorativa come si fa con un romanzo ma che diviene netta e illuminante nel racconto, che vince sempre sul romanzo perché è incisivo, mordente sin dal principio. Proprio la condensazione di spazio e tempo trasformano il racconto in un evento decisivo, che crea tensione e se manca di tensione il racconto diventa un racconto brutto.

Esiste quindi un racconto brutto di per sé o la sua non riuscita dipende da altri fattori, come la stesura che non crea tensione tanto quanto la scelta del tema. L’evento prescelto non deve essere necessariamente reale o accaduto, dice Cortàzar, ma significativo: devono produrre una frattura del quotidiano che va ben oltre ciò che riporta. Qui soggiace il mistero dell’eccezionalità del racconto, e ammetterei anche di tutta la letteratura. La scrittura va considerata come un atto politico, una azione, una opera d’arte che è un procedimento che prescinde dal tema, dal realismo, dalla verità o dalla contestazione. La scrittura significativa consiste in squarci sul mondo che contiene universi di significato differenti per lo scrittore e per ciascun lettore, presente e soprattutto per il lettore del futuro. Julio Cortàzar dice che anche Marcel Proust ha scritto del sapore di una madeleine bagnata nel tè che apriva bruscamente un immenso ventaglio di ricordi apparentemente dimenticati, così allo stesso modo lo scrittore reagisce come reagirà il lettore.

Tutti i racconti sono, così, predeterminati dall’aura, dalla fascinazione irresistibile che il tema crea nel suo creatore.

Questa è la prerogativa di uno scrittore sicuro del valore del suo mestiere che è sovversivo e rivoluzionario, lo scrittore che si impegna liberamente, come individuo e collettivo, nel praticare la libertà culturale del suo mestiere.

Se uno scrittore decide di scrivere letteratura fantastica questo sarà un atto rivoluzionario dentro la rivoluzione.

Si può fare un’arte che persino il popolo più semplice può giungere a comprendere, parole di Julio, se non forse addentrarsi nei diversi livelli di significato perlomeno possono emozionarsi, la scrittura può davvero suscitare emozioni, e questo è il vero spettacolo della letteratura anche quella meno semplice e accessibile.

Non si fa nessun favore al popolo però se gli si propone una letteratura che possa assimilare senza sforzo, passivamente, come chi va al cinema a vedere film western.

L’impatto di questa frase già di per sé potrebbe risvegliare alcune menti un po’ adagiate su una concezione del popolo sbagliata, superficiale. Potrebbe risuonare nelle idee di chi crede che fare e leggere letteratura fantastica sia un passatempo fine a sé stesso, ma io credo che sia come andare a giocare nel giardino a raccogliere le foglie per collezionarle e fare un erbario anche se sai benissimo che nel giardino si aggira una tigre fantasma, che potrebbe essere rischioso. L’ultimo racconto della raccolta, Bestiario lascia esattamente questo scorcio di entusiasmo che alcune cose, come l’avventura letteraria scritta o letta, valgono il rischio di incontrare quella tigre irreale.

L’incanto di un attimo

Poesie di Jorge Luis Borges

Brevi ma folgoranti impressioni.

Mi ero ripromessa di non addentrarmi troppo, di non farmi prendere, di restare sospesa in quel piano superiore in cui la lettura della poesia non avrebbe potuto raggiungermi, schermata da una paura irrequieta di non essere in grado di partecipare alla grandezza. Eppure le poesie di Borges mi hanno colpita, forte. Sono precipitata nel vortice delle emozioni, quelle che solo le parole belle e ordinate in una precisione assoluta sanno dare. Trascinata nei sobborghi di Buenos Aires, lo spazio fisico diventa subito una consuetudine dell’anima più che una limitazione vera e propria, un luogo abitato dalle sensazioni e dal tempo, un tempo che continuamente incontra il suo stesso destino, si richiude inevitabilmente su sé stesso, e si rivive.

Penso che il poeta è quell’uomo

che, come il rosso Adamo del Paradiso

impone a ogni cosa il suo preciso

e vero e non saputo nome.

Leggere questa antologia è come leggere l’infinità degli spazi che si intrecciano col tempo, con la storia e con la vastità della letteratura in tentativo di raccontare l’eternità rapportandola all’uomo, costantemente alla ricerca della sua identità, e alla sua esistenza che si ripete in un momento soltanto, il presente, l’incanto di un attimo.

Negare la successione temporale, negare l’io, negare l’universo astronomico, sono disperazioni apparenti e consolazioni segrete. Il nostro destino non è spaventoso in quanto irreale; lo è perché è irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi rapisce, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi consuma, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

Al di là di tutte le supposizioni possibili, le immagini ricorrenti, le impressioni che lasciano sgomenti, Borges non è semplicemente da considerarsi stoico rispetto al destino che lo ha condannato a potersi avvicinare alla conoscenza assoluta, nominandolo direttore della grande biblioteca argentina, e poi a divenire cieco; non si tratta di semplice rassegnazione in atto, piuttosto della consapevolezza, del raggiungimento del proprio posto dentro l’eternità della storia, del proprio valore e spirito che racchiude tutti gli esseri in uno solo, tutti i momenti in un solo attimo, tutti gli universi in un solo cuore. E questo senza perdere il suo senso dell’identità, perpetuamente riflesso nello specchio della storia, dell’arte e della letteratura.

L’angelo Esmeralda di Don Delillo

Dovete sapere che Don DeLillo è in grado di costruire una storia avvincente anche solo intorno a una fotografia. Partendo da una singola immagine lui può dire tutto, intrecciare avvenimenti inavvicinabili, raccontare di vite solitarie, inscenare dialoghi assurdi, e da quella stessa foto far sgorgare una infinità di parole. Le fotografie di DeLillo sono violente, non per il contenuto, ma per il modo in cui riempiono lo spazio dei sensi, della vista, della mente. Barthes diceva che la vita è fatta di piccole solitudini, e le storie di DeLillo sono popolose, ricche, ma non di persone, di parole. Le parole stesse sono protagoniste, il linguaggio che ci salva dalla consapevolezza perturbante che le cose non esistono, che potrebbero sparire se smettiamo di nominarle. Dire le cose, definirle, elencarle, è l’unico modo per porre fine allo spaesamento, per riempire i nostri piccoli luoghi solitari.

Consiglio a tutte le persone che incontro di leggere questo autore contemporaneo e lungimirante, perché le sue storie sono ricche di belle parole che danno significato a momenti quotidiani e allo stesso tempo sono in grado di racchiudere l’umanità intera, tutta la terra e anche lo spazio, o meglio noi stessi visti dallo spazio. I racconti di DeLillo, con i loro finali sospesi, sono brevi passeggiate nello spazio, registrano ciò che avviene sulla terra, i ritmi sparsi, le circostanze, le occorrenze e le restituiscono come rumore umano, parole. Lasciamo che le parole siano i fatti.

C’è una suora nel Bronx che crede di poter salvare la vita degli street artist e dei tossici del quartiere correggendo i loro errori di grammaticali; c’è una donna ad Atene che vive in una eterna pausa e, in attesa che la terra tremi sotto i suoi piedi, dimentica di vivere; c’è un uomo che va al cinema cinque volte al giorno, incontra persone sugli autobus e il suo pensiero ormai scorre per inquadrature; c’è una donna misteriosa su un’isola che fa l’amore con un uomo che ha la continua necessità di stilare liste nella sua mente per dare senso alle cose; e poi ci sono due uomini nello spazio che osservano la terra durante la terza guerra mondiale mantenendo nell’orbita spaziale l’ultimo briciolo di umanità:

Per uomini così lontani dalla Terra è come se la forma fisica delle cose avesse l’unico scopo di rilevare la semplicità nascosta in una profonda verità matematica. La Terra si svela la semplice, incredibile bellezza del giorno e della notte. Esiste per contenere e incarnare questi eventi concettuali.

Cercando di dare una struttura ordinata delle cose, L’angelo Esmeralda raccoglie in totale nove racconti, scritti tra il 1979 e il 2011, che condensano l’immensità della scrittura di Don DeLillo in circa duecento pagine. Molti dicono che siano i romanzi di DeLillo ad essere oscuri e misteriosi, ma in realtà il vero mistero siamo noi: gli esseri umani che popolano la Terra hanno questo incessante bisogno di dare senso alle cose terrene, di elencarle, di costruire una catena di causalità, di nominarle. Assegniamo nomi agli eventi distanziandoli, matematizzando la vita scientificamente e crediamo che questo sia vivere, pensare. «Se non siamo qui per sapere che cos’è una cosa, allora che ci stiamo a fare?». La vita dei personaggi di DeLillo si svolge nel pensiero, un pensiero che categorizza ma che a volte non riconosce gli oggetti:

Nel profondo c’è solo un caos indistinto. Abbiamo inventato la logica per mettere in fuga la nostra essenza creaturale. Affermiamo o neghiamo. Alla M facciamo seguire una N. Le uniche leggi che contano sono quelle del pensiero.

Ogni cosa è al suo posto. Non siamo noi a dover sospendere l’incredulità durante la lettura di un racconto, viviamo già in un mondo fatto di storie, ed è quello nella nostra testa. Quando un racconto finisce, è necessario che ce ne sia un altro e poi un altro ancora, perché vivere in un mondo senza storie ci fa regredire fino ad uno stato di animalità. Vedere il viso di Esmeralda su un cartellone con la pubblicità di un succo di frutta, forse è questo che ci rende umani: credere.

L’angelo Esmeralda di Don DeLillo

Un romanzo scritto con il sangue

 

Vorrei iniziare dalla fine, dalla morale della favola, per poi poter compiere una rivoluzione intorno a questa storia macabra: la lezione che ho imparato è che le nostre peggiori paure sono sempre di fronte a noi, sono reali come lo sono i mostri anzi, i nostri peggiori incubi non provengono da qualche recondito antro della nostra mente, ma li conosciamo già così bene che proprio per questo non potremmo temerli di più. La sensazione del terrore equivale a salire le scale e far cadere il piede nel vuoto, pesante come cemento, credendo che ci sia ancora un altro scalino. Vacilliamo e per un attimo precipitiamo in un baratro disorientate. Così funziona la paura: è qualcosa di banale, quotidiano, che abbiamo già vissuto e che conosciamo alla perfezione, che si ripresenta in un momento di smarrimento, una compagna oscura dell’esistenza.

L’uomo ragno arriva su gambe di zucchero filato.
Lentamente, attraverso l’ombra del sole calante,
entrando come un ladro dalla finestra, nelle case dove qualcuno è morto serenamente
Guarda la sua vittima tremante nel letto
che cerca di scacciare la paura nella oscurità che si sta addensando.

Il testo di questa canzone dei The Cure rimbomba nella testa della giovane Giada, la protagonista di Lullaby, la ninna nanna della morte. Giada si distanzia anni luce da una qualsiasi ragazza in piena crisi adolescenziale, in cuor suo si nasconde una smania di libertà molto profonda, una ribellione dalle origini primordiali. Giada è la portatrice di un terribile segreto scoperto fin troppo presto: l’ingiustizia, la sofferenza, l’ineccepibile puntualità in cui giunge su di te l’incomprensione degli altri; poi la ricerca spasmodica di nuove esperienze, di sensazioni che possano farti sentire viva, amata, ma soprattutto che ti facciano scrollare di dosso quella fastidiosa impressione di essere trasparente, di non contare niente.

Marcello, l’altro protagonista, da parte sua, è un trentenne aspirante scrittore o meglio, la sua intenzione di voler scrivere rappresenta la sua professione, senza mai attuarsi davvero, resta per lungo tempo davanti alla pagina bianca dallo schermo del suo computer, preferibilmente di notte; non lavora, vive mantenuto dalla sua madre malata e incredibilmente pesante, imprigionato in una vita da inetto. Trascorre il suo tempo sdraiato nel letto fissando l’oscurità sempre più profonda della crepa che attraversa il muro proprio sopra la sua testa: una metafora bellissima che viene ripetuta in maniera costante e in crescendo assieme alla storia, l’oscurità lo assorbe e lo incatena, lo trascina in una vicenda nera che intreccia le vite di tutti gli altri personaggi.

Senza svelare i contraccolpi della trama basti sapere quanto sia importante il contrasto tra i due protagonisti, tra queste due voci complementari: una giovane e fragile ragazza e uno strano uomo incapace di agire, di ribellarsi. Entrambi subiscono le conseguenze dei loro comportamenti, alla fine della storia faranno i conti l’una con le proprie azioni sbagliate e l’altro con la sua incapacità ad agire.

La maestria di Barbara Baraldi nel costruire questo thriller psicologico dai toni macabri, sta nel saper accostare due voci agli antipodi e saper gestire una trama complessa in grado poi di ripiegarsi su sé stessa e ricomporre le sue membra consumate. Ognuno di noi sa quanto crescere e farsi spazio in questo mondo sia una lotta sia esteriore e soprattutto interiore. Bisogna imparare a lottare contro i mostri della mente, le convinzioni sbagliate, le scelte contorte, e affrontare le proprie paure prima di esserne sopraffatti, ma allo stesso tempo capire che si può sempre rimediare ai propri errori, tornare indietro e ricominciare da capo.

Cosa ci rende umani

La dieta vegana: la scelta etica e la connessione tra friendly food ed empatia

 

Tutte le volte in cui ammetto di fronte a qualche interlocutore di essere vegana, le risposte sono molteplici, dettate da argomentazioni che variano a seconda del carattere della persona con cui sto parlando; eppure non posso fare a meno di notare un semplice dato di fatto: la mia innocente ammissione, per quanto innocua, scatena in chi ho di fronte un sentimento di vergogna che si esprime con una emanazione di strane sentenze, chiarissime manifestazioni di come quel senso di colpa profondo che l’altro prova, magari senza saperlo, venga traslato in offese verso tutto un gruppo di persone che a quanto pare sembra fuoriuscito da un mondo in cui si pratica yoga, si mangiano carote crude come Bugs Bunny, si beve strano tè, si ci ammala facilmente, si acquisisce un colorito spento ed infine si muore giovani per mancanza di proteine.

Tipico comportamento ma non il solo. Si possiede una idea distorta di coloro che seguono una dieta Vegetariana o Vegana, causata da una serie di fraintendimenti comuni, tra cui quello che questa scelta di vita sia in realtà una semplice moda, e che passerà. Purtroppo (e per fortuna) non si tratta di una corrente da seguire e non è neppure così recente come si pensa: Epicuro e altri pensatori greci credevano in un mondo in cui non si ci dovesse cibare degli animali.

Non si vuole instaurare una diatriba su come l’uomo sia condizionato a mantenere un certo comportamento carnivoro a seguito di una serie di fattori presenti nella nostra società di tipo capitalista, come la pubblicità; ma persuadere le persone ad uscire da uno schema fin troppo comune, a tentare di vedere l’altro lato della medaglia provando a considerare questo argomento uscendo da una comfort zone di pensiero, liberandosi dai pregiudizi. Anche questo sarebbe un gioco di empatia, quella capacità di una persona di mettersi nella situazione di un’altra, un legame di solidarietà per la vita nella sua interezza, una interazione.


Dobbiamo lasciarci inglobare da questa era dell’empatia. Solo così potremmo
massimizzare la coscienza empatica e creare le condizioni per una società globale che sia sostenibile.
Perché anche da una semplice scelta di vita come la decisione di mangiare o meno carne, proviene la consapevolezza universale di vivere in un mondo fatto di esseri umani consapevoli ed evoluti.

Un autorevole studio effettuato dai ricercatori dell’Unità di Neuroimaging Quantitativo e della Divisione di Neuroradiologia del San Raffaele, in collaborazione con l’Università di Ginevra e di Maastricht e pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Plos one ha dimostrato che il meccanismo della empatia a livello neuronale agisce in modo diverso a seconda che si tratti di onnivori, vegetariani o vegani. È sorprendente notare come il cervello di chi sceglie di perseguire una scelta di alimentazione basata su prerogative etiche risponda emotivamente in modo diverso e che questo sia constatato da immagini di neuroscreening.

Sono stati sottoposti a immagini di esseri umani o animali in situazioni di differenza 20 soggetti onnivori, 19 vegetariani e 21 vegani, e i ricercatori hanno rilevato tramite risonanza magnetica funzionale che, rispetto ai soggetti onnivori, i vegetariani e i vegani presentano una maggiore attivazione delle aree del lobo frontale del cervello associate allo sviluppo e alla percezione dei sentimenti empatici, indipendentemente dal fatto che le scene di sofferenza prevedessero il coinvolgimento di esseri umani o animali. L’empatia è il meccanismo che ci permette di comprendere le sofferenze altrui e di personalizzarle attivata da una serie di meccanismi neuronali che coinvolgono i neuroni a specchio.

Questi risultati rinforzano quelle visioni che considerano l’empatia come un mezzo di condivisione delle emozioni e delle sensazioni tra individui diversi, condizione che sta alla base del comportamento sociale. Una delle caratteristiche principali della vita di comunità è infatti la capacità di identificarsi con i propri con-specifici e attribuire loro particolari stati d’animo,

afferma la Dott.ssa Maria Rocca, ricercatrice dell’Unità di Neuroimaging Quantitativo, Istituto Scientifico Universitario San Raffaele.

La maggiore attivazione avviene nel cingolo anteriore che è connesso con strutture del sistema limbico e prefrontali e nei vegetariani potrebbe riflettere una maggiore attenzione verso gli stimoli presentati nel tentativo di controllarne l’impatto emotivo. I vegani attivano maggiormente il giro frontale inferiore, bilateralmente. Ciò vuol dire che essi tendono a identificarsi di più nel dolore degli animali e condividerne le emozioni.

La corteccia visiva è fortemente coinvolta in tutto il processo empatico per quanto concerne il rispecchiamento con il nostro interlocutore. Imitazione dei gesti, della postura, contatti visivi e riconoscimenti reciproci sono solo
alcune delle funzioni essenziali per la nostra crescita, sviluppo e vita adulta per cui il cervello fa ricorso alla corteccia visiva e all’amigdala. Si instaura in questo modo una vera e propria sintonia.

Il nostro ambiente è fatto di relazioni, di interconnessioni e continue influenze che dall’esterno giungono all’interno, in un continuo interfacciarsi di noi stessi con l’altro, che si tratti di un essere umano o di un animale, come parti integranti di un ambiente che va considerato come un intero ecosistema globale che include tutte le forme di vita in equilibrio tra loro.

La scelta vegana e vegetariana quindi è in grado di aprire molte possibilità, creare energia nuova più sostenibile, perché è una filosofia che raccoglie al suo interno molte altre decisioni al di là della sola dieta. È un beneficio per la nostra salute e per il pianeta.

 

 

 

Sitografia

http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0010847

Dimmi cosa mangi e ti dirò cosa provi

 

https://mymodernmet.com/self-reflected-brain-scientific-art/

Abraham sul cavallo a dondolo

Penso siano pochi quei libri che riescano ad essere diretti, chiari, conclusivi ma che allo stesso tempo lascino un piccolo, minuscolo spazio aperto alla interpretazione in modo tale che nella mente di un fervente lettore, un accanito ricercatore di messaggi e sotto-testi si trasforma in un vortice infinito, un cratere contenente uno spazio-tempo alternativo ricco di possibili scorci e di plausibili interpretazioni, per cui la storia continua a vivere e non si conclude una volta girata la quarta di copertina, ma solo quando si è riusciti ad attribuire ad essa non tanto un senso, piuttosto uno scopo ultimo nel cuore del lettore stesso.

Lincoln nel Bardo è questa trappola. Un libro che ti incatena alla storia, che non smette di sorprendere, di saltellare da una fonte alla successiva in un insieme di voci sconosciute risiedenti in un luogo che non esiste se non nella concezione di esso che abbiamo costruito attraverso la sedimentazione mentale di anni ed anni di immaginari letterari del paradiso/aldilà/purgatorio/bardo. La struttura del romanzo è in sé stessa generatrice di luoghi inesplorati, una frontiera del racconto non appartenente a nessuna categoria e, proprio per il fatto di essere nuova porta il lettore ad entrare in un diverso spazio di elaborazione mentale, accende sinapsi sconosciute difficili da categorizzare. La scrittura sorvola sui personaggi, sui luoghi e tra mondi paralleli, non è teatrale perché non c’è alcun dietro le quinte, è corale, nelle voci che si alternano durante la narrazione ma ha un solo ed unico protagonista: il piccolo Willie Lincoln, la sua malattia, la sua morte, il funerale, il suo irriconoscibile corpo morto e il suo viaggio di sola andata verso l’aldilà definitivo.

Il Bardo del titolo non è un luogo bensì una stasi, una pausa tra la vita e la comprensione da parte del defunto di non essere più parte del mondo materiale; per attraversarlo non basta raggiungere la consapevolezza di essere morti tanto quella di sapere di non poter tornare indietro e di decidere di voler rompere per sempre quel legame con i vivi. Il Bardo è la sospensione eterna del cammino che l’uomo compie per trovare alla fine sé stesso, per capire e capirsi nel profondo e accettare quel sottile strato di ironia di cui a volte la vita sembra ricoperta. Soprattutto se raccontata come lo fa Saunders.

e così me ne andavo, dentro quel gentiluomo, sul nostro cavalluccio, per le vie silenziose, e non ero infelice

Lincoln nel Bardo è il primo romanzo dopo una lunga serie di raccolte di racconti, articoli e saggi, di George Saunders, vincitore del Man Booker Prize 2017. Ispirato da un fatto realmente accaduto, la morte di tisi del figlio del presidente nel bel mezzo della guerra civile. La storia di un padre che non si rassegna, di un figlio che non capisce perché suo padre abbracci il corpo pallido di un bambino che non è più lui, la storia di un amore intenso intrecciato con altri personaggi bizzarri, grotteschi, umiliati, sfortunati, ironici, impauriti, in perenne assenza di corpo e di materialità.

Il Bardo si situa nell’immaginazione proprio nel posto in cui si inserisce una storia: nel cuore, certo, per via della emotività; ma come solo pochi altri romanzi, questo è in grado di restare in bilico tra la comprensione e la incompletezza, in quella sottile linea tesa di sense e non-sense, in un bizzarro alone di ironia. Resta sospeso in una sorta di nuvola azzurra, come nella copertina italiana del libro, dove la figura austera del profilo del presidente più famoso degli Stati Uniti cavalca fiero un cavalluccio a dondolo.

Una vita così com’è

Prendila così di Joan Didion

La storia di Maria (si legge Mar-ai-a) è un gioco semplice: oscillante tra il vuoto dentro e il vuoto fuori. Maria prende la vita così come è, non afferra ciò che le capita ma più esattamente vive come se fosse trasportata da un vento vago, senza destinazione precisa, manovrata come una pedina in un orizzonte sconfinato di momenti che sono uguali l’uno all’altro:

Nessun momento è più o meno importante di qualsiasi altro momento, tutti uguali.

Niente la scuote dalle sue cattive abitudini, dalla sua vita scellerata, nessuno dei suoi amici riesce a svegliarla o quantomeno a comprenderla; percepisce all’interno di sé la voce sommessa del nulla più assoluto, della insignificanza delle cose e degli avvenimenti. La ricerca delle ragioni non la riguarda, non crede nella banalità della causa e dell’effetto; vive senza porsi domande né compiangersi.

Mar-ai-a è una bella ex modella e attrice, mai baciata dal successo, che guida la sua decappottabile attraversando la California, dalla costa al deserto del Mojave, con i capelli al vento, un uovo sodo a portata di mano e le sigarette. Perde peso con il procedere della lettura insieme alla ragione, la sua voce, proveniente dall’istituto psichiatrico in cui sappiamo sin dal principio che finirà, si intervalla con quella di alcuni conoscenti; il punto di vista passa quindi da lei a su di lei fino a spostarsi nuovamente ad un narratore esterno. Ciò rende una vicenda semplice e nota, una storia già letta (mi viene in mente Bret Easton Ellis con Meno di zero), una esperienza di lettura coinvolgente, profonda e immancabilmente femminile. Non riguarda una generazione perduta o smarrita ma è la storia che racchiude quella di tante donne raccontata come la storia di una sola donna.


Joan Didion è fluida, scorrevole ma pungente; la sua scrittura mi ha sorpresa e trascinata velocemente in un vortice che appare come un serpente dalle squame traslucide che si attorciglia sempre di più su sé stesso, e che stringendosi soffoca.

Mio padre mi diceva che la vita è una partita a dadi: è stata una delle due lezioni che ho imparato da bambina. L’altra era che se si capovolge un sasso c’è la probabilità di trovarci sotto un serpente a sonagli.

La vita, come una partita, è governata dal caso. Esserne consapevoli significa che vivere davvero vuol dire mettersi in gioco, e se giochi sai di poter perdere e quindi devi prepararti a pagare la punizione. Non puoi aspettarti ricompense, se sai di non essere in grado di affrontare il giorno dopo, smetti di giocare.

Newer posts »

© 2018

Theme by Anders NorenUp ↑